AH, LE DONNE …

Era l’inizio di un giorno di sole asciutto e leggero. L’aria era appena fresca di quella luce che irrompe e si spande ovunque dopo una notte di pioggia di metà settembre.

Le otto del mattino. Fuori del liceo i ragazzi vociavano, intrecciavano nel sole i primi flirt e si scambiavano con curiosità le figurine, nell’attesa che si facesse ora di entrare.

Le auto sul viale erano poche, anzi, in realtà, da quella strada di un tranquillo quartiere residenziale passava solo qualche genitore che accompagnava i figli alle lezioni. Il rumore del traffico cittadino non giungeva fin lassù. Ad ascoltare bene, si sarebbe potuto anche sentire il canto degli uccelli rincorrersi di ramo in ramo: un piccolo angolo di paradiso, nascosto nel verde, in cima alla collina.

Si sa che i primi giorni di scuola hanno quella leggerezza del riveder gli amici (o le amiche) dopo il distacco delle vacanze. Non sono ancora fatti cupi dal peso dei primi risultati negativi. Come i suoi compagni, dunque, anche Giorgio quel mattino era di buon umore e guardava con piacere alla giornata che andava a iniziare.

Giorgio aveva quindici anni e frequentava il secondo anno dello scientifico. Alto e magro, portava sul volto le prime tracce di quella peluria morbida che ancora non può chiamarsi barba, ma inizia a far le prove per diventarlo. I capelli erano lunghi e chiari, d’un castano quasi biondo e con un ciuffo un po’ più luminoso sulla fronte. L’espressione del volto era tranquilla e la luce nei suoi occhi pareva non conoscere quelle tempeste tipiche dell’adolescenza che portano a esser ribelle e insofferente.

Studiare gli era sempre piaciuto e così, anche quell’anno, egli era stato ben felice di tornare a Roma per ricominciare la scuola dopo la lunga pausa estiva. L’autobus che tutte le mattine lo portava davanti ai cancelli della scuola era appena arrivato e aveva spento il motore. Quella corsa faceva capolinea proprio lì e lui dunque si apprestò a scendere, senza fretta, seguendo meccanicamente il flusso dei ragazzi che uscivano dal bus e si spandevano per la via.

Sereno com’era quasi sempre, Giorgio, con lo zainetto in spalla, s’avviò verso il cancello, là dove s’assiepavano più numerosi gli studenti. Cercò un attimo in giro con lo sguardo e stava già per ritrarsi a leggere un buon libro, quando, pochi metri più in là, in mezzo a un gruppo di compagni caciaroni, egli la vide.

Daniela era una ragazza non troppo bella, ma piacevole. Aveva la stessa età di Giorgio, ma era iscritta al liceo classico e quello, per lei, era dunque l’inizio del quinto anno del ginnasio. Né stupida, né troppo intelligente, né molto alta, né troppo bassa, aveva un seno vistoso e i capelli lunghi di un castano assai scuro. A guardarla con attenzione mostrava una vaga aria di tendere con gli anni a farsi più pesante, ma per ora quella tendenza era tenuta ancora a freno dall’acerba età. Daniela era la prima di due sorelle nate in una famiglia davvero molto ricca, ma nella quale, come in tante altre famiglie, non v’erano felicità, né amore.

I due ragazzi s’erano conosciuti in qualche modo, senza saper neppure come, bighellonando per i corridoi di quella grande scuola e s’erano trovati sin da subito moderatamente simpatici. Anche le rispettive madri si conoscevano tra loro ed era stato facile prendere ben presto a frequentarsi un po’ di più.

Non che Giorgio avesse ancora molte esigenze in fatto di ragazze. La sua innata timidezza e il carattere pensoso e distaccato, lo avevano tenuto lontano dai primi giochi dell’amore negli anni delle medie, dai primi baci incerti in cui sai solo che le lingue in qualche modo, debbono fare la loro parte, ma non sai bene come.

Mentre tutti i compagnetti delle medie si davano da fare a organizzare cene e festicciole sotto gli sguardi più o meno attenti degli adulti, lui era sempre rimasto fuori da quei giri. Abitava in una diversa zona della città rispetto al gruppo omogeneo dei compagni e, al pomeriggio, quando gli altri s’incontravano dopo lo studio per tirar due calci a un pallone, Giorgio non c’era mai. Per questo e per tanti altri motivi, egli era cresciuto con i compagni, ma lontano da loro. E lontano pure dalle ragazzette che principiavano a sbocciargli attorno.

Ce ne sarebbe stata, in effetti, qualcuna alla quale lui piaceva, a metterci il pensiero. Qualcuna per dire agli amici: “io sto con quella” e farsi grande di quelle prime esperienze; magari raccontando ai soli maschi le piccole scoperte o vantandosi di veri o falsi giochi, magari costruendosi un’immagine esteriore di certezze e di successi in amore, come s’usa far da grandi.

Ma a lui, in fondo, tutto questo non interessava; gli stava bene così. E se nelle altre classi (giacché la sua era solo maschile) c’erano compagne che ogni tanto parlavano di lui e che avrebbero voluto anche conoscerlo, Giorgio, un po’ per timidezza, un poco perché non ci faceva neanche caso e perché non frequentava gli stessi giri d’amicizie e infine anche perché non aveva ancora appreso a decifrar certi messaggi, certi giochi complessi di sguardi, di parole e ammiccamenti che nella specie umana fan la parte delle danze di corteggiamento negli uccelli, un po’ per tutti questi motivi, dicevo, Giorgio se ne restava in disparte, senza esserne neppur troppo infelice. Un brevissimo flirt al tramonto della terza media, fatto di cose non fatte e non dette, era stato tutto ciò che egli aveva conosciuto dell’amore e delle donne.

E ora c’era lì Daniela. E quella mattina appariva ancor più luminosa. Giorgio si diresse verso di lei con una certa strana tenerezza nel cuore. Si erano messi insieme, per quel poco che significava, al termine del precedente anno scolastico e subito dopo s’erano dovuti separare per far le ferie ognuno con la sua famiglia. Durante le vacanze eran rimasti lontani: l’uno al mare, l’altra in montagna.

Inizialmente, dunque, avevano avuto soltanto pochi giorni per vedersi, ma ora, finalmente, si apriva di fronte a loro un intero anno scolastico in cui avrebbero potuto fare colazione assieme e incontrarsi giù per i corridoi o fuori della scuola o, ancora, andare assieme al cinema o a qualche festicciola. La prima vera relazione che a Giorgio fosse capitata.

Intendiamoci, al sesso lui quasi neppure ci pensava. E di lei, da questo punto di vista, non sapeva ancora nulla. Due bacetti rubati di sfuggita agli occhi delle mamme era tutto ciò che egli conosceva e che già bastava a emozionarlo.

Intanto anche Daniela l’aveva visto giungere. Lui le aveva sorriso e s’era avvicinato. Lei, con un’aria strana, gli s’era fatta più d’appresso e aveva detto che voleva parlare un po’ con lui da solo. E così, poiché la campanella ancora era lontana, si erano staccati dal gruppo degli amici e s’erano avviati lungo il fresco viale alberato d’ombra scura.

Giorgio le aveva preso la mano e camminava sereno, lei accettava quel contatto, ma senza grande entusiasmo. E quando furono un po’ discosti dal resto dei ragazzi, disse senza preavviso:

<Senti, io devo dirti delle cose.>

Lui fu sorpreso. Non capiva bene il perché di quel tono così ufficiale, ma attese tranquillo che lei parlasse. Quei giochi di sguardi e intonazioni, quell’accennare per guardar le reazioni in faccia all’altro, gli erano ignoti. Ma, d’altronde, se pure avesse saputo che esistevano, li avrebbe giudicati assurdi e inutili: per parlare, in fondo, ci sono le parole. Se pensi “rosso”, puoi dire “rosso” e, se pensi “mela”, pur sempre puoi dir “mela”: se lo pensi, lo dici, se non lo pensi, taci. Perché girarci attorno?

<Ok, dimmi.> Rispose in tono neutro con un vago sorriso incerto.

<Tu non mi ami veramente! In questi giorni, dopo che siamo tornati dalle vacanze, ci ho pensato e ho capito che tu non mi ami veramente …>

Giorgio la guardò con l’aria più idiota che potesse mai riuscirgli di mettere assieme. Perché mai Daniela diceva quella frase? Cosa mai aveva potuto capire? E da quali indizi? In fondo le scuole si erano riaperte solo da pochissimi giorni e, prima di allora, erano stati ambedue lontani da Roma. Non riusciva proprio a capire. I suoi meccanismi mentali, tarati per un approccio alla realtà insolitamente razionale, giravano a vuoto, incapaci di trovare il bandolo di quella matassa.

<Non capisco, perché dici questo? Cosa intendi dire?> Chiese timidamente il ragazzo alla fine.

Lei lo guardò come se fosse stata la domanda più assurda che avesse mai udito. Lasciò passare qualche istante senza guardarlo e poi rispose in modo piatto:

<Intendo dire che da quando stiamo insieme non mi hai cercato quasi mai; siamo stati sempre lontani e non mi ti sei filata per niente. Sembra che di me non te ne freghi niente.>

<Ma, Daniela, ci siamo messi insieme subito prima delle vacanze … siamo subito partiti, io sono andato al mare, ma anche tu sei andata fuori con i tuoi … e poi comunque, durante questi tre mesi, nonostante la lontananza, qualche volta ci siamo pure incontrati. Ho convinto mia madre a venirvi a trovare sul Gran Sasso … però adesso comincia il nuovo anno scolastico e possiamo stare insieme quanto vuoi …>

<Ah, quanto voglio “io”! Ma tu, cosa vuoi? Tu non vuoi vedermi? Non te ne importa?>

<Ma sicuro, certo che ti voglio vedere. Ti voglio bene, lo sai …>

Giorgio sprofondava velocemente, e senza alcun appiglio cui potersi affidare, nel caos assoluto dell’emotività senza regole. Quello che stava accadendo gli pareva non avesse alcun senso. Non si sentiva certo in colpa: per quanto ci pensasse e ci ripensasse, gli pareva proprio di essersi sempre comportato nel modo migliore. Pur con tutta la sua buona volontà non riusciva a individuare una mancanza di cui scusarsi o pentirsi. Il suo cervello lavorava freneticamente, ma girava a vuoto.

<No. Non lo so.> Ribatté lei con una punta di stizza nella voce. <Non ne sono affatto certa. Anzi, senti, ci ho pensato a lungo: credo che la cosa migliore da fare sia lasciarsi. O almeno prendersi un periodo di riflessione: qualche mese di lontananza per riflettere e capire se davvero mi vuoi ancora bene.>

Ora il mondo cominciava a sgretolarsi tutt’attorno e il ragazzo non sapeva più cosa rispondere. La situazione precipitava troppo velocemente per la sua acerba intelligenza emotiva. Addirittura Daniela aveva deciso di lasciarlo! E lui non riusciva neppure a capire perché.

<Ma io non credo … io ti voglio bene, mi dispiace di averti fatto pensare il contrario …>

<Non ne sono convinta. E comunque credo sia meglio vedere che succede a star lontani per un po’ …>

Giorgio avvertiva il cuore rallentare e stringersi nel petto come un ghiacciolo. Si sentiva crollare, non riusciva a ragionare. Gli pareva che il fiume delle sensazioni si fosse fatto già troppo impetuoso e montasse ancora più veloce in un crescendo insopportabile che non lasciava scampo. Eppure, nel martellare caotico dei sentimenti, una cosa, per quanto terribile, gli era ancora chiara: per quanto non capisse come, evidentemente Daniela aveva dei motivi seri per dire quelle cose: era una ragazza intelligente e lui non poteva credere davvero che, prima di giungere a pronunciare quelle frasi, lei non avesse riflettuto lungamente e attentamente. Probabilmente aveva sofferto anche più di lui, prima di risolversi a parlargli.

<Senti, Dany …> Provò a dire, senza neppure saper bene quali parole usare o quale sguardo.

<No, guarda, è inutile. Ci ho pensato. Io non posso stare con uno se non sono sicura che sia innamorato di me.>

Giorgio si bloccò. In fondo lei aveva ragione. Come poteva essere così egoista da pretendere che restasse la sua ragazza solo perché lui non era capace di staccarsi da lei e di chiudere da uomo quella breve storia? Per stare insieme bisogna volersi bene e bisogna sentirsi amati. Se lei non sentiva d’essere abbastanza amata, aveva ben diritto a trovarsi qualcun altro. Quel diritto andava rispettato. E chi era lui per pretendere di vincolarla a un rapporto che per lei non bastava?

<Dany, ascolta, …>

La ragazza per la prima volta si volse un attimo a guardarlo negli occhi, ma poi distolse lo sguardo e tornò a fissarlo lontano, in qualche punto indefinito.

<Dany, mi ascolti?>

<Sì, certo, dimmi.>

<Io non so davvero cosa dire. Mi pare sinceramente di non aver fatto nulla di male e non riesco a capire in quale modo io possa averti dato l’impressione di non essere innamorato di te …>

Una sorta di strano pudore gli impediva di pronunciare troppo facilmente parole come “amare” o “innamorato”. Quei concetti erano così grandi e importanti che lui quasi se ne vergognava e non riusciva a pensarci, se non in termini ridotti: diceva “voler bene”, invece che “amare” e gli pareva, in questo modo, di essere più umile e modesto. Di non dare a se stesso e alle sue cose un’importanza esagerata. Ma quel giorno, nello sforzo di gestire il flusso travolgente dei pensieri, aveva persino usato quelle parole che per lui erano tabù. Quasi a evocarne un segreto e magico potere.

<… Mi dispiace …> Continuò lentamente e a voce bassa <Non avrei voluto deluderti, ma mentre parlavi ho pensato tanto e credo che per aver deciso di lasciarmi tu debba certamente avere delle ottime ragioni. Ti stimo troppo per non credere che tu abbia riflettuto attentamente. Mi dispiace, mi dispiace davvero di non essere stato all’altezza delle tue aspettative e di renderti felice. Ma credo che, dato che con me non sei felice, tu abbia il diritto di cercare altrove. E proprio per il bene che ti voglio, non posso fare altro che accettare la tua decisione e sperare che tu possa presto trovare qualcuno che sappia darti più di me.>

Mentre parlava, Giorgio sentiva gli occhi pian piano velarsi di lacrime, ma non voleva mostrare a lei la sua tristezza; non voleva che pesasse su di lei spingendola, magari, a cambiare intendimento per pietà. Così cercava di trattenere il moto spontaneo del suo cuore e guardava altrove, verso il fondo del viale, dove le due file di alberi parevano congiungersi e darsi, silenziosamente, la mano.

Daniela taceva. Lo ascoltava parlare osservandolo stupita. L’ora di entrare ormai s’approssimava e già i primi capannelli di studenti si scioglievano, avviandosi ai cancelli. Quando comprese ciò che lui le stava dicendo, la ragazza ebbe uno scatto secco di rabbia furente. Gli si pose di fronte in un istante e, come una fucilata, gli sparò in faccia: <Mostro!> dandogli uno schiaffo con tutta la violenza di cui era capace.

Poi gli voltò le spalle e se ne andò, chiudendolo per sempre fuori dalla sua vita.

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