18 OTTOBRE 202 a.C.; ROMA – CARTAGINE 5-0

– Buonasera, buonasera gentili radioascolatori, siamo qui, allo Zama Elephant Stadium di Cartagine per le interviste ai protagonisti dell’incontro fra Cartaginesi e Romani che è appena terminato con il risultato sorprendente di 5-0 per i Romani! La cavalleria numida ha realizzato una tripletta che ne fa la nuova beniamina dei tifosi romani.

I giocatori stanno ancora festeggiando e stappano bottiglie di Est Est Est … ma ecco … ci pare di vedere … misteeer … mister, un attimo solo … per favore … mister … ci dica due parole per i radioascoltatori …

Ecco … ecco … ci ha visti … il mister Publio Cornelio Scipione si è fermato vicino alla nostra postazione … ecco … si metta pure la cuffia …

Continua a leggere

Annunci

FILIBERTO E DAGOMILLO

Un piccolo indovinello, un classico che ho letto tanti anni fa da qualche parte che non ricordo, riproposto in una forma lievemente romanzata.

In uno sperduto borgo di un paese lontano, fatto d’un grappolo di case posate nel verde fra due bianche catene di monti, Filiberto e Dagomillo erano cresciuti assieme, amici sinceri sin dai primi anni di vita e compagni di fanciullezza.

Filiberto era un giovanotto simpatico e socievole. Dotato di un fisico ben fatto e di un sorriso pieno e accattivante, una volta cresciuto non aveva fatto fatica a trovarsi una bella ragazza e ben presto s’era felicemente sposato. Dagomillo era sempre stato assai più timido e introverso. Non brutto, anzi, dotato di una qualche dolce piacevolezza, non s’era però troppo interessato alle ragazze; aveva invece preferito spender la maggior parte delle sue giornate studiando duramente e dedicandosi, nel tempo rimanente, al suo hobby preferito: l’enigmistica.

Una volta raggiunta la laurea, ben presto Dagomillo aveva perso i genitori e allora, non avendo più legami familiari, si era risolto a lasciare il paese natale per recarsi a lavorare in una lontana città. Da quel giorno il ragazzo non era più tornato al borgo della fanciullezza e con il passar degli anni, s’era fatto uomo pieno e si era costruito una vita e una famiglia nella sua nuova città. Per qualche tempo aveva scritto al vecchio amico e ne aveva ricevuto in ritorno parole, ricordi e notizie, ma poi pian piano le lettere erano diventate più rade, fino a cessare del tutto.

Continua a leggere

VITA E MORTE

Da ogni luogo e da ogni tempo sciami eccitati di febbrili particelle tracciavano miriadi di percorsi nell’oscurità immensa.

Venivano dalle desolate steppe russe e dai deserti roventi dell’asia minore. Volavano in traiettorie tortuose e velocissime dalle nevi eterne dei poli, passando sopra gli oceani, nei venti impetuosi e nelle brezze leggere, sulle cime degli alti abeti e tra i fiori gialli o bianchi di montagna.

Se tu avessi potuto abbracciarle nello sguardo di un dio che sa vedere l’immensamente grande e l’infinitamente piccolo, se avessi potuto seguirne i fremiti lungo il correre dei secoli, avresti potuto vedere miliardi di miliardi di brividi leggeri, di fuggevoli presenze, balenare e intrecciarsi luminosi in giochi e ghirigori ogni volta diversi, eppure sempre uguali a se stessi, come le mille apparenze mutevoli della fiamma. Qua e là, nello spazio infinito, infiniti vortici di particelle arrotolarsi in girotondi e danzare insieme per un poco.

Talvolta, per un richiamo silenzioso di energie, ne avresti viste raggrumarsene alcune e stringersi l’una accanto all’altra e abbracciarsi e vibrare assieme in meravigliose configurazioni di forme e di colori. Allora, forse, in quei brevissimi istanti, avresti potuto osservare il riflesso della luna nella pupilla grande e scura di una donna. Un battito di ciglia affacciato sull’abisso del sempre e del mai. E poi, nel gioco degli intrecci, dissolversi anche il tuo proprio sguardo e la tua anima in un soffio di elettroni di nuovo dispersi nello spazio. E correr via lontano, in giochi di capriole e disegni tra gli sciami che volano nel nulla.

Heriold

AH, LE DONNE …

Era l’inizio di un giorno di sole asciutto e leggero. L’aria era appena fresca di quella luce che irrompe e si spande ovunque dopo una notte di pioggia di metà settembre.

Le otto del mattino. Fuori del liceo i ragazzi vociavano, intrecciavano nel sole i primi flirt e si scambiavano con curiosità le figurine, nell’attesa che si facesse ora di entrare.

Le auto sul viale erano poche, anzi, in realtà, da quella strada di un tranquillo quartiere residenziale passava solo qualche genitore che accompagnava i figli alle lezioni. Il rumore del traffico cittadino non giungeva fin lassù. Ad ascoltare bene, si sarebbe potuto anche sentire il canto degli uccelli rincorrersi di ramo in ramo: un piccolo angolo di paradiso, nascosto nel verde, in cima alla collina.

Si sa che i primi giorni di scuola hanno quella leggerezza del riveder gli amici (o le amiche) dopo il distacco delle vacanze. Non sono ancora fatti cupi dal peso dei primi risultati negativi. Come i suoi compagni, dunque, anche Giorgio quel mattino era di buon umore e guardava con piacere alla giornata che andava a iniziare.

Continua a leggere

PARVENZA DI RIFLESSI

Dove se n’è andato il verde?

Il verde gioioso e chiaro dei giorni freschi di primavera. O il verde più forte e sicuro che brilla nel sole d’estate.

Dov’è ora il verde, ora che la mia pelle si fa secca e bruna? Troppo sole, forse, troppe brezze leggere ho già goduto. Oppure in qualche modo era segnato.

E guardo le sorelle in mezzo a cui mi perdo, volgendomi io proprio, per proprio intendimento, ma, come ogni altra fa, cambiando l’orizzonte al volgere del vento.

Alcune, ancora vivide, di quel colore si rassicurano, mentre già la luce inizia a farsi tenue. Qualche altra, anzitempo ingiallita tra il mormorio incredulo e curioso di quelle che son più fortunate, giace ora giù, rigida, ai piedi del grande leccio antico. O un po’ più in là, dove il soffio del vento l’ha adagiata. E non son più le ali leggere degli uccelli che la sfiorano, ma le zampe irriverenti dell’istrice o del tasso che ne pestano i resti disseccati.

Noi tutte osservavamo cader le prime con stupito distacco, quel distacco che solo può avere chi non è ancora toccata dalla sorte. Chi sente d’esser sé, distinta dalle altre, e si compiace di quel proprio sentire, del proprio essere io e non altro.

Ma, via via che il destino volge l’indice ad altre vite, per ognuna, a una a una, altro futuro non rimane che il flusso oscuro dei giorni senza nome. E in essi ogni speranza ed ogni storia si fanno inafferrabili e indistinte; in essi scompare ogni individuo, svanisce l’io coi suoi colori e tutto si confonde nell’ultima ed estrema fratellanza di coloro che non son più diversi. Coloro che non sono stati mai null’altro che fragile parvenza di riflessi nel gioco del mutamento eterno. Bagliore d’un solo raggio chiaro sul verde d’una foglia, tra le mille foglie d’un albero perso tra i mille alberi d’un bosco, tra gli infiniti boschi che, per un attimo soltanto, s’aprono al Sole d’un sorriso ignaro.

Heriold

MAI PIU’ ESTINZIONI …

Per apprezzare questo breve raccontino è opportuno dare preventivamente un’occhiata alla pagina in wikipedia dove si parla del cosiddetto “doomsday argument”. Inoltre è utile avere almeno un minimo di dimestichezza, anche a livello elementare, con matematica ed elementi di teoria delle probabilità. Il livello necessario è veramente minimo e credo che qualsiasi persona di media cultura non avrà difficoltà a comprendere, se non i dettagli, almeno il senso generale di qualche passaggio del racconto. Non spaventatevi.

Coloro che non dovessero conoscere il doomsday argument o non avessero alcuna familiarità con un briciolo di matematica potranno ugualmente leggere (e spero apprezzare) questo scritto, ma ne perderanno in parte la ragion d’essere complessiva.

Il giovane Tiridurco si svegliò in un fresco e luminoso mattino d’aprile con un insolito pensiero ben fisso nella testa. Bisogna dire che la sua testona arruffata e scapigliata non era proprio esattamente un modello d’ordine e pulizia, ma in fondo ciò era ben comprensibile: egli era solo il sesto essere della specie umana. A quei tempi non c’erano barbieri e parrucchieri, non c’erano gel, né lacche, né shampoo alle erbe, né balsami per sciogliere i nodi e rendere i capelli morbidi e luminosi. E d’altronde gli uomini d’allora non ne sentivano neppure l’esigenza. Così la folta massa dei capelli di Tiridurco era piuttosto sporca e appiccicosa e forse questo contribuiva a impedire ai pensieri che si formavano nel suo cranio di liberarsi e di uscire all’aria aperta, abbandonando la mente del giovanotto.

Quale che ne fosse il motivo, sta di fatto che quel mattino c’era un pensiero che s’era piantato dentro il cervello di Tiridurco e non andava né avanti, né indietro. Non si risolveva, ma neppure aveva intenzione di svanire e togliersi di mezzo. E così il giovane cacciatore (giacché egli era un giovane cacciatore), mentre si guardava attorno e valutava la possibilità di sgranocchiare i resti ormai freddi d’un cosciotto di cinghiale che giacevano abbandonati sul prato, sogguardando l’ultimo fievole brillare delle braci prossime a spegnersi, si disse che forse, se avesse affrontato di petto quel pensiero, sarebbe infine riuscito ad analizzarlo compiutamente e poi a dimenticarsene. Continua a leggere