SUICIDITE

Da molto tempo ormai si sentono enumerare i casi, in certi periodi, addirittura quotidiani, di imprenditori che, sotto il peso dei debiti e della crisi, si suicidano.

Il suicidio è espressione di un terribile dramma umano e i drammi umani vanno umanamente rispettati.  E tuttavia sarebbe ipocrita non notare e sottolineare che questa interessante categoria degli imprenditori sembrerebbe affetta da un elevato livello di psicolabilità. Forse molti imprenditori, prima di iniziare le loro attività, farebbero bene a farsi visitare approfonditamente da uno psichiatra per verificare la loro attitudine a reggere i sempre possibili eventi negativi.

Dico questo perché, pur nella comprensione dei problemi della categoria imprenditoriale, non mi pare che essa sia messa poi peggio di tante altre categorie. A cominciare dalla categoria dei dipendenti. Per ogni imprenditore che fallisce c’è un certo numero di dipendenti che perde il posto. Non di rado sono parecchi. Non di rado sono persone di una certa età, che difficilmente potranno riciclarsi. Spesso è gente che ha un mutuo sulle spalle acceso per l’unica casa di cui dispone, con figli a carico, magari malati e senza BMW. Gente che, una volta perso il posto, non saprà come andare avanti nella vita.

Eppure i casi di dipendenti che si suicidano per aver perso il posto ed essere finiti in rovina sono straordinariamente pochi rispetto ai suicidi degli imprenditori (pur essendo numericamente molti di più i dipendenti che si ritrovano senza lavoro e senza fonti di reddito, rispetto agli imprenditori in difficoltà).

Io stesso lavoro per un’azienda che ha già richiesto l’intervento di un liquidatore giudiziale e, anche se formalmente sono ancora assunto, sto a casa a far niente da un po’ e ben presto finirò in mobilità.

Conosco una mia collega che è nelle mie stesse condizioni, ma in più ha un marito che ha già perso il posto. Ha due figli piccoli a carico e un mutuo da pagare. Anzi, per la verità ne conosco più di una in questa situazione. Eppure loro non si suicidano, come non si suicidano i loro mariti e non mi suicido neppure io. Ogni tanto un’ombra passa nei loro occhi, ma sono comunque capaci di vivere e persino di sorridere, combattendo e sacrificandosi per la famiglia e per i figli. Anche io continuo a essere capace di sorridere, anche se penso che alla mia età (52 anni) e con il mio tipo di competenza sarà un miracolo se troverò qualcuno disposto a farmi lavorare d’ora in poi, pure rinunciando al posto fisso.

Come fanno gli impiegati, gli operai, i muratori, gli autisti, ecc. a trovare quella forza d’animo che manca agli imprenditori? O meglio, rovesciando la domanda, come mai gli imprenditori, persone presumibilmente di capacità superiori, non riescono a trovare quella sicurezza, quella grinta, quella forza, quella disponibilità a rinunciare e ricominciare che invece è merce comune presso i loro dipendenti?

Eppure, osservazione non da poco, essi dovrebbero lottare addirittura di più, non fosse altro perché spesso sono proprio gli imprenditori quelli che hanno la responsabilità diretta o indiretta dei propri fallimenti.

Spesso si dice che quando un’attività non va, la colpa è sempre del capo. E’ vero. Quanto meno è vero quasi sempre. E quindi è anche vero che se un’azienda non va la colpa è dell’imprenditore. Dice: ma in certi momenti le circostanze sono “avverse” e impediscono agli imprenditori di lavorare efficacemente. Peggio: lo Stato cinico e baro ti fa pagare le tasse, ma lui non ti paga. Certo! Ma il prevedere che non sempre le cose possono andare bene è parte del carico dell’imprenditore. Fa parte del rischio d’impresa e della variabilità che una persona sensata dovrebbe essere in grado di considerare preventivamente. Se uno non è capace di prevedere i rischi e i problemi non dovrebbe fare l’imprenditore. Tant’è che ci sono imprenditori che volutamente rinunciano ad avere come clienti le pubbliche amministrazioni. E tant’è che mica tutti gli imprenditori vanno male. Io per esempio ne conosco uno che tre anni fa ha iniziato da zero, nel pieno di questo periodo di crisi (e operando in un settore ancora più in crisi, l’informatica) ora ha una florida azienda con circa 70 dipendenti. Se lui ce la fa (e potrei giurare che non usa strani metodi illegali), evidentemente sono gli altri che non sono all’altezza del loro compito. Invece di suicidarsi DOPO avrebbero fatto meglio a non fare gli imprenditori PRIMA.

Dunque se un certo dispiacere umano, di fronte a un suicidio, è pur sempre legittimo, allo stesso modo è legittimo sottolineare che questa strana categoria degli “imprenditori” dev’essere affetta da una tara. Una particolare sensibilità a una malattia virale che contagia solo loro e che si chiama “suicidite”. E, poiché c’è tanta gente al mondo che muore di malattie virali senza che nessuno se ne interessi minimamente, credo sarebbe più giusto trattare anche i malati di suicidite come tutti gli altri, lasciandoli morire nel giusto cordoglio dei parenti, ma senza tanti strombazzamenti mediatici.

Heriold

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